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In memoria della cultura (cinematografica) in Italia

Intervento della Uicc al Convegno sull'associazionismo - VII Sardinia Film Festival - Giugno 2012

Abbiamo visto, negli ultimi anni, con i nostri occhi, diminuire le risorse, prosciugarsi letteralmente un settore, quello della cultura in senso lato, della promozione delle attività cinematografiche in senso più ristretto e specifico rispetto al nostro ambito lavorativo, che era una ricchezza per il nostro Paese, che formava lo spirito critico, attraverso la visione, e lo studio analitico, delle opere dei grandi intellettuali del passato, italiano e non solo. Mostrare il cinema d’impegno, anche contemporaneo, in Italia, sta diventando sempre più difficile, se non, a breve, impossibile. Succede che è tutto fermo, nel nostro settore. Succede che non ci sono delibere. Le commissioni preposte non si riuniscono e non stanziano. Sono ferme. Come si possono condurre iniziative, operare sul territorio, senza il supporto indispensabile del sostegno pubblico? Si può pensare forse che un festival possa sostenersi con gli incassi? O con gli scarsi sponsor di un periodo di crisi? No, non si può. E non si deve. La cultura, così come la sanità, così come l’istruzione, devono essere pubbliche. E’ lo Stato che deve sostenere la crescita culturale del Paese. Dovrebbe essere di primario interesse per uno Stato democratico, quello di accrescere la libertà intellettuale del proprio popolo. Ma non certo per uno Stato che vuole solo “fare cassa” sui suoi stessi elettori. Uno Stato, meglio un governo (anche se apparentemente diverso da quello precedente, che odiava visceralmente la cultura e chi, in Italia, ci lavora quotidianamente) che ha come obiettivo la suprema ignoranza dei propri elettori, onde poter continuare a banchettare sulla nave che affonda e perpetuare il proprio potere fondato sulla propaganda. Per mantenere, forse, il mai morto sistema clientelare di un’oligarchia ridotta di potenti e, al contempo, di una pletora di “poveri ingenui” da turlupinare ed ingannare al momento del voto?
Questo governo, di cui sono cambiate le facce nei ministeri, ma non la composizione parlamentare, ci sta uccidendo. Lentamente. Per depressione e, quasi, per suicidio spontaneo. La prima mossa, nel 2008, è stata quella, populista e altamente controproducente, di eliminare l’Ici sulla prima casa per tutti, non solo sino ad un determinato reddito, come aveva già fatto, giustamente, il governo Prodi. No. Costoro hanno reso ancora più ricco chi già lo era di suo. Hanno eliminato l’Ici sulla prima casa anche per i redditi più alti. E con questa mossa hanno lasciato letteralmente senza soldi i Comuni. Enti che ora, con l’Imu, pur essendo in termini assoluti più alto il gettito, avranno minori introiti.
Lo scorso anno, prima che qualcosa o qualcuno facesse sì che, in extremis, il Fus venisse reintegrato, l’ApTI - Associazione per il Teatro Italiano, era riuscita, faticosamente e con grande ricerca nel sommerso e variegato mondo della cultura, a tirare giù qualche cifra, per ragionarci concretamente. Ad esempio, l’Italia, nel 2008, ha investito in Cultura lo 0,28% del Pil. Ed era ancora un anno di “vacche grasse”, guardato dalla prospettiva di ciò che è accaduto in seguito. Nel 2009 i tagli al Fus ammontavano a circa 82 milioni di Euro, dai 460 del 2008 ai 378 milioni stanziati per il 2009. Gli altri Paesi europei investono in cultura tra l’1,4-1,5% dei propri Pil, circa cinque volte più dell’Italia. Da noi, invece, si tagliano i fondi statali per lo spettacolo, per i beni culturali (ed il nostro patrimonio artistico e culturale non è nemmeno raffrontabile rispetto a quello della maggioranza degli altri Paesi d’Europa). Dal 2008 ad oggi è crollato circa il 50% degli investimenti degli Enti Locali per cultura e spettacolo. I Comuni hanno dovuto tagliare il superfluo. E il superfluo, in prima istanza, è la cultura. Sono tutte quelle manifestazioni, come le rassegne, le arene estive, i festival, la formazione nelle scuole, che hanno un’ampia ricaduta sulla cittadinanza, ma che non possono essere realizzate senza i contributi pubblici. E sono cominciate a crollare le associazioni in giro per l’Italia. E quelle che cadevano non erano quelle “dopolavoristiche”, occasionali, realizzate da cultori, più o meno volontari, nel tempo libero, no, erano quelle più professionalizzate, quelle costituite da operatori culturali che ne avevano fatto un lavoro serio, una fonte di reddito e di impiego.
Ed ora, a metà di un altro anno difficile, come già accaduto negli anni passati, tutti quei soggetti che promuovono la cultura sul territorio italiano, rendendo un servizio alla collettività e allo Stato stesso, non hanno risposte. Tutto tace. Se ne parlerà, forse, a settembre. Ma a settembre, senza delibere e senza impegni da parte dello Stato, e con una spada di Damocle puntata sopra la testa che parla di tagli ulteriori, molti di noi moriranno di morte propria. Non si possono realizzare le iniziative, essere operativi, e non si può nemmeno progettare di esserlo. Ci stanno facendo sentire e diventare inutili a noi stessi ed agli altri. Fino a qualche anno fa, chi, come noi, lavorava nella cultura, si sentiva un privilegiato, pur non essendo mai stati economicamente valutati per il lavoro effettivo che producevamo. Siamo sempre stati ripagati più dalla nostra stessa passione, che si autoalimentava, che non da quello che si riusciva, realmente, a guadagnare. In parte, in un Paese fortemente marcato dall’educazione cattolica al senso di colpa, il solo fatto di poter “andare al cinema” per lavoro, di frequentare i festival per poter poi selezionare e proporre ad altri, nelle nostre singole località di appartenenza, rassegne e retrospettive, monografie e attività formative, nella valutazione esterna (ma anche, in fondo, da noi stessi interiorizzata), doveva, quasi in sé, essere sufficiente, nella stessa gratificazione che ci portava, al nostro sostentamento. Peccato che la cultura, e la passione per la cultura, non siano sufficienti, da sole, a riempire lo stomaco. Anche noi, in fondo alle nostre coscienze, lo desidereremmo.
Noi possiamo essere, e siamo, quando ci vedono, quando ci riconoscono, un “volano”. Siamo stati e potremmo essere il veicolo di ritorno economico degli investimenti nella produzione da parte dello Stato stesso. Noi siamo quelli che fanno vedere al pubblico (quando riteniamo che valga) ciò che lo Stato stesso produce e che, nella maggioranza dei casi, finisce dimenticato e con investimenti pubblici sprecati (a volte, anche, di natura smaccatamente clientelare, come pressoché tutto, nella nostra Repubblica fondata sulla “clientela”, parafrasando la nostra bellissima, e ampiamente disattesa, Costituzione) .
Se un film non fa incassi in sala, come spesso accade, viene smontato e sostituito con il Vacanze di Natale di turno. Noi siamo quelli che danno una seconda opportunità al film meno dichiaratamente commerciale, e, a volte, una seconda vita, o, in casi eccezionali, addirittura “vita eterna”.
Ma ora stiamo morendo, di inedia, di depressione, dell’inutilità in cui ci hanno volontariamente relegato. Non è inutile spiegare e mostrare il cinema di Pier Paolo Pasolini agli spettatori, o agli studenti. Non è inutile portare la cultura cinematografica, del passato e del presente, in territori dove l’unica fonte di svago per gli adolescenti è un centro commerciale, o lanciare sassi sulle auto da un cavalcavia, o umiliare e picchiare un loro coetaneo, se non peggio, e riprenderlo con il cellulare, per poi mettere il tutto su Youtube. Tutti atti che le cronache ci hanno comunicato essere fatti “per noia”. Inutile (è stato Tremonti, non più di due anni fa, ad aver stilato un elenco di cosiddetti “Enti inutili”, poi fortunatamente ritirato, tra i quali c’erano vari enti che promuovevano la cultura cinematografica) è la coorte di servitori ed adulatori di un regime che disprezza la cultura perché non gli appartiene, non la vuole e, sostanzialmente, la teme. Se ci si è formati su Pasolini, non si voterà mai per un partito che seleziona la propria classe dirigente tra le “veline”, né, men che meno, per partiti settari e xenofobi, sarebbe un paradosso inconcepibile. L’inutilità non ci appartiene. Perché l’unica inutilità, nostra, è quella vista dalla prospettiva dei voti dei partiti del “panem et circenses”. Noi non li votiamo, ecco perché siamo “inutili”, ma di certo questa non è una prospettiva di interesse collettivo, ma solo, come al solito, di basso e opportunista interesse personale.
400.000… non sono così pochi i lavoratori di cultura e spettacolo in Italia. Sono (siamo) quelli che rischiano il posto di lavoro, quest’anno, come negli anni precedenti, peraltro, a causa di continui tagli del Fus. Non siamo tutti dipendenti della stessa azienda, anzi, spesso non siamo nemmeno “dipendenti”, ma precari, a progetto, a collaborazione… E non siamo tutti computabili nella medesima azienda, sì da poter dire: “La società xy ha tagliato 1.000 posti, 2.000 posti…”, siamo invece sparpagliati in mille rivoli associativi, cooperativi, micro-societari, cosicché se un’associazione “crolla”, vengono meno, si e no, due o tre posti di lavoro (quando lo sono a tutti gli effetti), fors’anche uno solo, e quindi nessuno se ne accorge, nessuno va in piazza e nemmeno in cassa integrazione… Ma la somma di tutte queste “solitudini lavorative” è importante per questo Paese, e vale ancora la pena di combattere per sopravvivere, con le forze sane della società e della politica stessa, le quali, seppure minoritarie, fortunatamente, esistono.

Pia Soncini
Tesoriere Uicc

 
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